sabato 3 novembre 2012

La Camicia


Perchè quando si parla di camicia bianca ci viene subito in mente, il bucato della nonna, il pulito, la perfezione?
Perchè quando pensiamo a voler ripulire l'armadio e comprare le cose essenziali desideriamo subito comprare una camicia bianca da abbinare con un jeans?
Cerchiamo la perfezione?

La camicia bianca da sempre evoca candore, innocenza e per estenzione coscienza, conoscenza, grazie, fede. Ma esprime anche rigore, ragione, pulizia di linee, razionalità .
In realtà noi abbiamo un rapporto con i capi che scegliamo di indossare, ed è anche un modo per esprimerci, l'abbigliamento diventa parola sussurrata del nostro essere.
La camicia è elemento del nostro stile personale.

Non dobbiamo farci troppo coinvolgere dalle tendenze e dalle mode, perchè bisognerebbe sempre trovare il modo di esprimersi liberamente; ma è chiaro che la nostra immagine sia omologata anche ad un codice"vestimentario" influenzato dalla stagione dalla posizione geografica e dalla cultura stessa.La prima apparizione pubblica, al Salone di Parigi, indossata da una regina, dipinta su tela: Marie Antoinette in muslin dress. Uno stile lontano dagli oneri dell'etichetta, e con lui il ritratto che ne fece Madame Vigée-Lebrun: era il 1793, e fu scandalo.


Passata tra sbuffi Ottocento, la camicia arriva sino alle soglie del Novecento a rappresentare agiatezza. Indossata da chi, non lavorando, non rischia di intaccarne il candore.
La camicia perfettamente bianca è un'icona di stile: è bianca, brillante, e in un certo senso ti invita a guardarla... I colori chiari attraggono l'attenzione e ti urlano "Guardami!"La camicia bianca invece fa lo stesso ma senza urlare! 

Ci sono poi le dive hollywodiane che intorno agli anni Quaranta la rendono una moda. Nel 1938 la Katharine Hepburn d’Incantesimo, Ava Gardner con un modello a maniche corte, ampi shorts e rossetto, poi Lauren Bacall in Key largo: camicia bianca sguardo di ghiaccio, 1948, e poi è un susseguirsi di dive fotografate in camicia bianca fino ad oggi.


La mia idea di camicia bianca non può non andare all'immagine di Audrey Hepburn nella sua camicia da uomo (“boyfriend” white shirt come si dice in inglese) nel film "Vacanze Romane".

Lei è una principessa in giro per la città con Gregory Peck.
Siamo in epoca di femminilità vissuta al suo pieno, è in voga lo stile Pin up, shorts e curve, la camicia spesso si presenta annodata, a far risaltare il decolletée e intravedere il busto. Ma lei è ancora controcorrente indossandola con ingenuo candore.

Chiara in mente ho la versione sagomata tanto usata da Katharine Hepburn, spesso amava indossare capi dal taglio maschile, alleggerendoli così con un tocco di femminilità.



L'unica camicia bianca nel fashion però nel mio immaginario resta quella di Ferrè; lo stilista architetto, è riuscito a trasformarla, tagliarla, destrutturarla, ricostruirla senza mai però renderla volgare, mantenedola sempre pura e bianca.Dando ad ogni donna l'illusione di poterla indossare.





Quello che ci piace nella camicia è l'apparente semplicità nelle linee, l'essere adattabile a migliaia di situazioni e la possibilità di far sentire una donna sempre in ordine anche se a volte a trasparire non è solo il reggiseno...
 




Le foto qui riportate sono una misera documentazione del fantastico lavoro fatto da Ferrè

La taglia giusta, il giusto tessuto, la lunghezza delle maniche, la forma della cuffia delle maniche, il collo, la scelta dei giusti bottoni... tutto crea la miscela che rende la nostra camicia preferita tale, e sarà difficile trovarla uguale.
La bravura degli stilisti sarà nell'interpretarla e farcela desiderare come la perfetta camicia bianca.

Altra testimonial dell'amore per la camicia bianca è la bella Annie Lennox che nei primi anni '80 ne ha fatto bandieria di un fascino androgino e fashion.

Quando cominci a chiedere sia a uomini che a donna cosa pensano della camicia bianca la risposta è praticamente la stessa: mi piace perché è bella, pulita, semplice, classica, fashion, trendy....Tutto e niente!


Cenno storico


La camicia, seppur non nel senso in cui noi ora la intendiamo, è molto antica. Una veste leggera, di lino o di bisso da portare rigorosamente sotto la tunica, era nota fino dai tempi della tarda romanità e aveva come caratteristica il fatto di essere molto lunga e soprattutto nascosta. Anche il termine lessicale è antico: già alla fine dell'VIII secolo nel testamento del Patriarca Fortunato ai suoi chierici, si parla di camisas et bragas. Fino al 1500 essa era mostrata solo attraverso i tagli delle maniche della veste. Aveva diversi scopi: quello di essere indossata durante il bagno comune tra un uomo e una donna (è poco noto, ma fino al primo Rinascimento i sessi si lavavano e mangiavano assieme in una tinozza di legno); quello di separare il corpo nudo dagli indumenti di tessuto pesante e da formare una barriera contro epidermidi poco pulite; dono e pegno d'amore nel Medioevo e, dalla fine del Seicento quando fu ornata di pizzi, quello di essere uno status simbol che divideva l'aristocrazia dalla plebe, la quale a sua volta, spesso la indossava come unico abito. C'era poi la camicia da notte, non sempre portata. In epoche molto più recenti la camicia poteva indicare l'appartenenza a un'idea politica: le camicie rosse dei Garibaldini, le nere dei fascisti e quelle brune dei nazisti.

L'importanza della camicia crebbe nell'abbigliamento maschile proprio nel periodo barocco, quando fu inventata la cravatta, all'inizio era una semplice striscia di lino bianco che girava attorno al collo e cadeva negligentemente sul torace. I polsi erano mezze maniche di lino terminanti in cascate di merletti. Fino al 1900 la camicia fu rigorosamente staccata dai polsini e dal colletto. Il collo della camicia vera e propria era corto e verticale (pistagna, noto oggi anche come colletto alla coreana), quel tanto che bastava per cucirvi sopra i bottoni che fermavano il colletto. L'importanza del colletto derivava dal fatto che era rigido alto e inamidato e, con l'avvento del costume borghese del 1800, doveva essere rigorosamente bianco e racchiuso in una cravatta dal nodo impeccabile. Lo stile era stato dettato da Lord Brummell che riteneva la pulizia personale una distinzione del vero dandy. I polsini, pure quelli inamidati, erano chiusi da gemelli. Per accentuare la rigidezza della camicia, che era piuttosto lunga e poteva formare antipatiche piegoline, si inventarono anche i davanti in celluloide, che davano all'uomo il curioso aspetto di un pinguino. Attorno al 1860 cominciarono a comparire le prime camicie colorate, all'inizio portate solo per gli abiti da giorno, mentre per quelli da sera il bianco restava di rigore.

Lo sport, diffusosi dalla seconda metà del secolo, introdusse utili novità: il colletto floscio e attaccato, la camicia sportiva portata anche senza la giacca, in flanella, in jeans. Quest'ultima faceva parte all'inizio di una divisa da lavoro, ma venne poi adottata dai giovani come segno di contestazione. Durante gli anni venti fu molto di moda la cosiddetta camicia botton down, col collo fermato da due bottoncini sul davanti, che ormai è diventata un classico della moda. Per evitare che le estremità del collo si arricciassero, soprattutto con la cravatta, si usavano le apposite stecche o Tendicollo.
Di seguito alcune tipologie di camicie non troppo conosciute, ma spesso rivisitate e corrette dal mondo del fashion!



Barong Tagalog


Si tratta di una sorta di camicia leggera e ricamata, da indossare al di fuori dei pantaloni, ed al di sopra di una maglietta interna. È un tipico capo da matrimonio o da cerimonia per gli uomini, ma spesso anche per le donne, nelle Filippine. La parola barong tagalog, letteralmente vuol dire abito che è tagalog o tagalog abito (specificatamente la parola esatta è "baro na Tagalog") in lingua filippina.
Blusa
La blusa (dal francese: blouse) è un tipo di camicia femminile, particolarmente ampia e spesso trattenuta in vita da una cintura o una fascia



Camicia hawaiana
Camicia abbottonata originaria delle Hawaii con tipiche stampe tribali, caratterizzata da colori sgargianti e vivaci, con disegni sia geometrici che naturalistici

















Guayabera


Una camicia a manica lunghe o corte, caratterizzata da pieghettature verticali (alforzas) e dotate di due o quattro tasche, diffusa in America Latina, nelle Antille e in Indocina. È anche nota come camicia nuziale messicana













Kosovorotka


Una camicia tradizionale russa a maniche lunghe, che arriva fino a metà coscia. L'abbottonatura della kosovorotka non segue l'intero orlo della camicia, ma ha diversi bottoni sul colletto, che può essere indossato risvoltato o alzato. L'abbottonatura della camicia non è centrale come nelle tradizionali camicia, ma laterale

















Safari o Sahariana


Qui in una versione di YSL con la famosissima modella Veruska ... tipicamente '70




Tessuti per camicie

Tra la stragrande maggioranza dei tessuti per camiceria si distinguono i seguenti: Popeline, Oxford, Piquet, Batista, Flanella, Seta, Shantung, Lino. Tutti si dividono in una scala di titoli, l'unità di misura rappresenta il numero di fili per centimetro quadrato; la scala di titoli varia da 30 a 300, ovviamente più sale il titolo più è pregiato il tessuto e la sensazione al tatto diventa davvero piacevole per morbidezza, setosità e lucentezza del tessuto. Ogni stoffa può essere altresì compatta, ritorta e doppia ritorta, in quest'ultimo caso il tessuto sarà composto da 2 fili, uno perpendicolare (detto filo di finissaggio) ed uno orizzontale (detto filo d' orditura).
Bè?
Che aspettate ad andare a comprare la vostra?

venerdì 2 novembre 2012

Nuova veste e nuovo sito

Eccoci, dopo http://studiostile.blogspot.it/ ci siamo trasferiti con tutto il blog F&M Closet e tutti i post già inviati in precedenza,
è stato difficile ma eccoci su blogger
e proproniamo un nuovo percorso tra moda e cinema

F&M Closet, cioè l'armadio di moda e cinema, continua ad esistere in una nuova veste:
Si parlerà di moda,

di streetstyle,

e ancor di più di cinema... 

Non solo vecchi film però

Spero vi piaccia leggere un po' di notizie, un po' di gossip, qualche anteprima e anche un po' di ricordi...
A presto

sabato 27 ottobre 2012

BLADE RUNNER

Blade runner un film che ha creato il futuro

Oggi questo post è dedicato al film  Blade Runner, una prima parte racconta il film con la trama e le curiosità, la seconda parte commenterà l’impronta lasciata dal film nella cinematografia di fantascienza…  e non a caso anche sul costume moderno. Con dei riferimenti odierni
“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi,
navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire”
 
Ad avermi affascinato sin dalle prime scene è stata  l’atmosfera in cui si svolge l’azione…
C’è un’aria pesante carica di smog e mistero.
Le luci, le inquadrature le espressioni, tutto questo rende il film un leggenda.
Anche se pensandoci bene i riferimenti a “Miriam si sveglia a mezzanotte” di Tony Scott (fratello di Ridley) sono davvero tantissimi.
Gli abiti sono stati realizzati da Michael Kaplan e Charles Knode con grande cura per i particolari, il team studiò una serie di costumi adatti per un’ ambiente post-atomico. Per la cucitura degli abiti vennero usati tessuti tecnici molto robusti , tinti di colori scuri, adatti al clima piovoso e notturno di una Los Angeles del 2019. Anche se si riscontrano immagini simili a Mc Queen, Mugler e Gaultier.
Il capolavoro di Ridley Scott ebbe tre nomination all’ Oscar e vinse il prestigioso Premio della British Academy per i costumi, la fotografia e la scenografia.
TRAMA:
Il film è ambientato in una Los Angeles distopica dell’anno 2019.
La tecnologia ha permesso la creazione di esseri analoghi agli umani, detti ‘replicanti’, destinati all’utilizzo come schiavi, dotati di capacità intellettuali e forza fisica estremamente superiori agli uomini, ma con una longevità limitata a pochi anni. Sei replicanti del modello più evoluto (tre femmine e tre maschi), capitanati da Roy Batty, sono fuggiti dalle colonie extramondo e, giunti furtivamente a Los Angeles, hanno cercato di introdursi nella fabbrica dove sono stati prodotti, la Tyrell Corporation, nella speranza di riuscire a modificare la loro imminente “data di termine”. Due di loro (un maschio e una femmina) sono finiti in un campo elettrico e sono stati catturati, mentre gli altri quattro sono fuggiti. Uno di questi, Leon, è stato individuato tra i nuovi assunti alla Tyrell, ma è riuscito a scappare nuovamente sparando all’agente Holden che lo stava sottoponendo ad un test per il riconoscimento dei replicanti.
(A destra i ”cattivi” Priss e Roy Batty).
Il poliziotto Rick Deckard, già agente dell’unità speciale Blade Runner, viene forzatamente richiamato in servizio dal capitano Bryant per “ritirare” i quattro replicanti. Deckard, sempre accompagnato nei suoi spostamenti dal collega Gaff, si reca nell’ufficio del dott. Tyrell per provare il test su un replicante modello Nexus 6. Il dott. Tyrell lo invita a provare il test prima su un umano, la sua segretaria Rachael, che si rivelerà essere invece un replicante, un esperimento della Tyrell Corporation.
Deckard ispeziona l’appartamento di Leon, dove trova una squama e una serie di fotografie. Nel frattempo, Leon e Roy Batty fanno visita ad Hannibal Chew, un progettista genetico di occhi che lavora per la Tyrell Corporation. Chew, minacciato dai due, dice loro di rivolgersi a J. F. Sebastian, un altro progettista genetico amico del dott. Tyrell.
Tornando a casa, Deckard viene seguito da Rachael, la quale vuole sapere se è una replicante o un’umana. Deckard le rivela la verità e, di fronte ai dubbi di Rachael, le racconta i suoi ricordi d’infanzia, dimostrandole che in realtà sono solo innesti mentali. Rachael, disperata, fugge dall’appartamento di Deckard. Nel frattempo la replicante Pris, compagna di Roy Batty, riesce ad ottenere la fiducia di J. F. Sebastian e a farsi ospitare nel suo appartamento.                      Deckard sogna ad occhi aperti un unicorno. Al risveglio, esamina una delle foto trovate nell’appartamento di Leon e riesce ad associare la squama alla replicante Zhora. Attraverso le indagini scopre che la squama è di un serpente finto utilizzato da una spogliarellista in un suo spettacolo. Deckard si reca nel locale dove lavora Zhora, e con una scusa la segue nel camerino. Zhora capisce le intenzioni di Deckard e fugge per strada, ma Deckard riesce a raggiungerla ed a “ritirarla”, uccidendola.
Bryant informa Deckard che dovrà “ritirare” anche Rachael, che è scomparsa dalla Tyrell dopo aver subìto il test. Quando Bryant e Gaff si allontanano, Deckard vede Rachael e cerca di raggiungerla, ma improvvisamente viene fermato da Leon, che ha assistito al “ritiro” di Zhora. Leon cerca di uccidere Deckard, ma Rachael interviene uccidendo Leon. Deckard decide di graziare Rachael e di nasconderla a casa sua, dove i due s’innamorano. Roy Batty, raggiunta Pris, la informa che sono rimasti solo loro. I due convincono J. F. Sebastian ad accompagnare Roy Batty dal dott. Tyrell per chiedergli se esiste un modo per posticipare la loro imminente “data di termine”. Tyrell gli dice che non è possibile e così Roy Batty uccide sia il dott. Tyrell, cavandogli gli occhi con i pollici, che J. F. Sebastian.
Deckard
Deckard viene informato del duplice omicidio e si reca nell’appartamento di J. F. Sebastian, ritenendo che i due replicanti rimasti si sarebbero nascosti lì. Al suo arrivo viene attaccato da Pris, ma Deckard riesce a spararle, uccidendola. Poco dopo giunge Roy Batty che, vista Pris priva di vita, decide di dedicare i suoi ultimi istanti di vita alla vendetta. Nel tentativo di scappare, Deckard salta da un tetto ad un altro ma non riesce ad atterrare e rimane aggrappato ad una trave, sospeso nel vuoto. Roy Batty lo raggiunge e, invece di ucciderlo, lo trae in salvo. Dopo un breve monologo («Io ne ho viste cose…»), Roy Batty muore di fronte all’impietrito Deckard.
Poco dopo arriva Gaff che si complimenta per il lavoro svolto, ma dice a Deckard «Peccato però che lei non vivrà!..Sempre che questo sia vivere.», riferendosi a Rachael. Deckard va quindi di corsa nel suo appartamento per mettere in salvo Rachael, e mentre fuggono verso l’ascensore Rachael colpisce col tacco della scarpa un piccolo origami per terra, a forma di unicorno. In questa scena nasce il sospetto che Deckard sia anche egli un replicante, e ciò fu confermato da Ridley Scott nel 2000 quando dichiarò «Blade Runner, anche Ford era un replicante»; infatti precedentemente Deckard sogna un unicorno, ed il ritrovamento dell’animale mitologico sotto forma di origami (nel film si nota bene che è Gaff a fare gli origami) indica che quel sogno è noto anche a Gaff e che quindi non può appartenere direttamente a Deckard, ma che gli deve essere stato innestato, implicando la sua natura di replicante.
Come accennato all’inizio va sottolineata l’influenza che ha avuto il film sulla storia del cinema di fantascienza:
Le scene e l’ambientazione del set vede la città divisa in livelli, più in  basso si va e peggio è.
Ci sono macchine volanti che seguono strade invisibili, ci sono strade per  ogni livello. Non si scontrano ma a volte passare per i vari livelli è molto pericoloso
.
La fotografia di Blade Runner ha fatto scuola rendendo lo skyline misterioso, spesso è annebiato o non totalmente definibile; durante tutto il film una sorta di nebbia come già detto prima avvolge l’intera città, ma solo alla fine con la morte di Roy Beatty il sole tornerà a splendere!!! Quando Decker e Rachel… Per non parlare dell cartellone pubblicitario che si vede pure in Nirvana di Salvatores…
Ma come accannavo prima questa idea di futuro ha fatto scuola, ne volete esempi?

Nirvana di Salvatores, Matrix, Il quinto elemento (ne è esempio la scena del ristorante ambulante, dove mangia Bruce Willis, che ricorda esattamente lo stesso posto dove mangia Harrison Ford… e ancora  Minority Report, Total Recall… e così via dicendo…
Questa foto ritrae il set di Minority report… certo che un’idea del futuro la da!
Ma sembra sempre simile… anche se fortunatamente non c’è il buio nè la nebbia…

La foto accanto invece è ad esempio presa dal recente remake di Total Recall in uscita nei cinema, il mood che si vive è chiaramente identico alla pellicola originale e ancora allo stesso Blade Runner. Notare il richiamo all’ombrellino. 
Per poi non parlare dell’impronta che ha dato alla moda il film Blade Runner:
Oggi l’immagine di Rechel è normalissima nelle sfilate:
Colli importanti, cappe avvolgenti, colli a cratere… e persino le maniche delle giacche erano asciutte e cosrtuite come ora…
Un esempio per tutti  Alexander Mc Queen che personalmente adoro… guardate le sue sfilate e poi ne parliamo!
CONSIGLIO
Guardatevi il film con cura per capire cosa prendere domani dal vostro armadio!!! 


Ecco qualche mia proposta per ricordare un po’ lo stile del film.
Sono tutti capi che vendiamo a Studiostile Via g. s. Bonacossa 3a Roma, e che hanno sfilato a fine giugno.
La giacca è in lana cotta e maglia a metraggio, sembra davvero perfetto per l’inverno, e richiama molto i colli costruiti di Rechel… la scelta del colore verde è stata motivata dal desiderio di trovare un colore nuovo, ma questi capi li realizziamo anche in grigio!

Per non parlare del cappotto poi…  Anche lui realizzato in lana cotta verde sarà fatto anche in grigio, sempre molto caldo… forse sarà accorciato un po’!

Da notare che anche lo stile delle foto e il trucco tendono a ricordare vagamente il film.
Qui accanto poi c’è la compagnia che ha ballato alla sfilata… perchè ci piace creare sempre eventi nuovi che uniscano moda, cinema, danza e spettacolo….

sabato 20 ottobre 2012

Turtle neck

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Turtleneck…dolce vita…collo alto…

Turtleneck, dolce vita, collo alto… questi sono solo alcuni dei nomi che si possono dare al maglione con il collo rialzato amato tanto dalle sweater girls negli anni ’40 quanto dalle dive del cinema francese degli anni ’60… e se possibile ancor di più dalle dive odierne.
“Un dolce vita in  cashmere nero è un capo perfetto”
David Mamet.
Negli anni ’40 e ’50 era diventato celebre indossato dalle dive del cinema americano come Lana Turner, Jane Russel, Kim Novak, Grace Kelly, Jane Mansfield, e ovviamente da Marilyn Monroe.


Andava portato possibilmente due taglie più piccolo, in confronto ad oggi, per enfatizzare la linea del busto e aumentare, celandolo, il potenziale erotico del seno.
La portabandiera di questa nuova moda fu la stessa Lana Turner che lo sfoggiava in Vendetta un film del 1937.
Secondo Lou Valentino, autore di The film of Lana Turner: “portò il dolce vita a un tale livello di popolarità da risollevare l’industria della maglieria: ogni americana ne voleva avere uno”.
E’ poi con l’esistenzialismo degli anni ’60 che il pullover a collo alto, rigorosamente nero, diventa un capo immancabile nel guardaroba di ogni intellettuale che si rispetti.
Chi non ha in mente poi una foto di Audrey Hepburn con il dolce vita sfoggiato spesso anche nel film Sabrina.In qualche modo anticipatore del minimalismo, l’esistenzialismo come forma estetica porta alla ribalta non solo il jazz americano, ma anche la pittura informale, il cinema non-narrativo di Jean Luc Godard, e temi letterari come la Nausea (titolo del romanzo di Satre) e la Noia (romanzo di Moravia). Di questo periodo è il film Jules e Jim (1962) in cuiun’affascinante Jeanne Moreau lo indossa morbido e avvolgente su pantaloni dritti maschili.
Come non si può ricordare Ali Mac Graw  in Love Story del 1970 regia di Arthur Hiller( foto)
TRAMA
Il giovane Oliver Barrett, ricco studente di Harvard e giocatore di hockey, incontra in una biblioteca la semplice italoamericana Jennifer Cavalleri, studentessa di musica e di forte carattere che all’inizio dà del filo da torcere al ragazzo di buona famiglia.
Nonostante le differenze sociali i due si amano profondamente e, contravvenendo alle condizioni imposte dal padre di Oliver che non approva l’unione, decidono comunque di sposarsi con una cerimonia originale e molto intima alla quale partecipa anche il padre della ragazza. Per coronare il loro sogno d’amore entrambi sono costretti a rinunciare a qualcosa: lei rifiuta una borsa di studio a Parigi, dove ha sempre sognato di andare, e lui interrompe completamente i rapporti con i genitori. Queste scelte li costringono a vivere in severe ristrettezze economiche, mentre lei lavora come insegnante per sbarcare il lunario e lui entra alla facoltà di legge di Harvard dove si laurea con voti altissimi. Quando finalmente Oliver viene assunto da un prestigioso studio legale di New York e Jenny può smettere di lavorare, la coppia decide di mettere su famiglia ma non riescono ad avere figli. Entrambi si sottopongono ad accertamenti clinici dai quali si scopre che Jenny è affetta da una forma di leucemia fulminante e che le resta poco da vivere. Il film termina con la morte della ragazza, come annunciato nella prima scena da Oliver stesso, che si dispera ai bordi di una pista di pattinaggio sul ghiaccio dove aveva trascorso gli ultimi momenti felici insieme a Jenny. Finale straziante con in sottofondo il famosissimo motivo della colonna sonora scritta da Francis Lai.
Ricevette 7 nomination (tra cui Miglior Film) e vinse un Oscar per la colonna sonora; durante le riprese del film Erich Segal scrisse in contemporanea il best seller tratto dalla sua stessa sceneggiatura.
E’ ancora Sophia Loren ad elevare il dolce vita a status di eleganza in “Operazione Crossbow”di Michael Anderson del 1965, e in Ieri oggi e domani regia di Vittorio De sica del ‘64  con
Marcello Mastroianni nell’episodio Anna in cui compare con una versione grigio taupe, con cintura in vita, disegnato da Marc Bohan per Dior.
Ancora Sophia Loren, è bellissima e naturalissima nei vari pullover a collo alto che sfoggia nell’avvincente Cassandra crossing del 1976
Trama
Cassandra Crossing è un film del 1976 diretto da George Pan Cosmatos, tratto da un romanzo di Robert Katz e ambientato su un treno in corsa attraverso l’Europa.
Tre terroristi svedesi penetrano nei laboratori dell’OMS a Ginevra per piazzare una bomba ma vengono fermati dalla guardia che credevano svenuta e che riesce invece ad ucciderne uno e a chiamare la sicurezza. Nello scontro a fuoco con il personale, i due terroristi superstiti cercano rifugio in uno dei laboratori di massima sicurezza dove vengono studiati nuovi virus. Entrati nel laboratorio, uno dei due criminali viene raggiunto dai proiettili delle guardie e gravemente ferito; alcuni colpi di pistola vaganti frantumano, però, anche le fiale e le ampolle contenenti i virus, le quali riversano il loro contenuto addosso ai due fuggiaschi.  Il terrorista ferito resta disteso a terra nel laboratorio, mentre l’altro riesce a fuggire, si reca alla stazione ferroviaria di Ginevra e sale a bordo del treno in partenza per Stoccolma. Esposto al virus, il fuggiasco muore alcune ore dopo la partenza ma, nel frattempo, contagia alcuni passeggeri del treno, che viene quindi sigillato dalle autorità presso Norimberga e dirottato verso un campo di quarantena in Polonia.
 Mentre il treno è in viaggio, la malattia si diffonde sempre più. I passeggeri diventano sempre più consapevoli della loro condizione di prigionieri: tutti gli ingressi del treno vengono blindati, a bordo salgono, oltre ad un piccolo gruppo di medici, numerosi soldati, ed al passaggio del treno le stazioni sono presidiate solo da militari in tenuta da guerra biologica. Nel frattempo, però, un medico dell’OMS scopre che il virus è attaccabile dall’aria arricchita di ossigeno: diventa quindi possibile curare i passeggeri, ma le autorità dell’OMS, anche per coprire lo scandalo che potrebbe derivare dal caso, decidono comunque di non fermare la corsa del treno mandando, consapevolmente, tutti i passeggeri verso una morte quasi certa. Per raggiungere la sua destinazione, infatti, il treno deve superare il Cassandra Crossing, un ponte fatiscente ed oramai dismesso da molti anni, che quasi certamente non riuscirà a reggere il peso del treno al suo passaggio, su una valle molto profonda. Il coraggioso gesto suicida di Kaplan, ex-deportato nei campi di concentramento nazisti che non vuole tornare nell’Est Europa a nessun costo, salva la vita ai passeggeri della parte posteriore del treno, bloccata in tempo prima di arrivare a percorrere il ponte che, come previsto, crolla inesorabilmente sotto il peso della metà anteriore del treno. Il film si chiude con la scena in cui il colonnello dell’esercito americano che ha diretto e coordinato l’operazione – omicidio, lascia il quartier generale preso dai sensi di colpa per il notevole numero di morti causati e, per questo, fatto sorvegliare a vista, su ordini superiori, da un suo sottoposto nel frattempo avvertito.
Il dolcevita diventa un simbolo di drammi familiari in Interiors regia di Woody Allen del 1978(la foto accanto è tratta dal film), o in Tempesta di ghiaccio con Sigourney Weaver per arrivare poi allo chic innato di Charlize Theron nel triste ruolo di Sylvia in The burning plain regia di Guillermo Arringa del 2008, che mette a punto un look shabby-chic, di cui il pullover a collo alto fa parte.
Accanto uno scatto odierno di Diane Keaton che sfoggia un fantastico look con basco e dolce vita.
E’ sempre lei che lo usa in tantissimi suoi recentissimi film
Sempre bellissima è poi Isabella Rossellini,
anche lei tra le “adepte” al pullover a collo alto e ancora oggi estremamente affascinante.
Ne volete un esempio?
Basta vedere l’ultima pubblicità per Bulgari

Che dire? Per certe attrici il tempo sembra davvero non passare mai… con o senza photoshop!
 In poche parole il Turtleneck piace un po’ a tutti e specie alle dive, perché nasconde le rughe sul collo e porta l’attenzione sul viso, esempio è Diane Keaton nel film Tutto può succedere.
       
Ancora  immagini dal film con Diane Keaton e Jack Nicholson


E ancora lo usa tantissimo Nicole Kidman, sia nella vita privata che nei film
Sandra bullock lo sfoggia nel film Un amore tutto suo


Anche se poi, nei miei ricordi, il primo collo alto è stato quello dell’affascinante Sabrina Dunkan, personaggio del telefilm Charlie’s Angels interpretato da Kate Jackson.
E’ in quella serie specie nelle prime stagioni che i trutleneck sono rimasti davvero nell’immaginario comune, sia i suoi che i fantastici pullover di Jacklin Smith e Farrah Fawcett.
Ma il pullover a collo alto è utilizzato ovviamente anche dall’uomo, inizialmente con un’immagine legata al mare e alla barca, ma poi è diventato un capo completo… un Jolly! E’ certo che bisogna avere un bel sorriso e occhi espressivie profondi… Jonny Depp qui accanto ne è la riprova!

Ma poi se di uomini si deve parlare come si può non dedicare un ricordo ad un attore che sapeva davvero affascinare anche con un semplicissimo maglione a collo alto: James Dean
Certo che se dovessi proporre un qualunque abbinamento oggi, sarebbe troppo facile citare il total black già fin troppo sfruttato.
Invece questa stagione appena entrata è ricca di proposte.
Quindi per iniziare un dolce vita nero ( e non si sbaglia mai!) da abbinare a una giacca in lana possibilmente fantasia… sarebbe l’ideale il tartan della foto o quella di DIVINA (allegata) con collo in pelliccia
Ai piediva bene lo stivale di Fratelli Rossetti o il tronchetto di Sam Edelmann (allegato).
I pantaloni sono fascianti in cotone elasticizzato e il cappellino in maglia deve essere nei colori moda di quasta  stagione, cioè cobalto, arancio o senape. 




A presto